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BALKANICA
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«Una rivoluzione». Così Marianna Schivardi definisce la possibilità, emersa sul finire del secolo scorso, di catturare immagini con una facilità fino allora impensabile. Possibilità che spinge la giovane regista a lasciare casa e attraversare il mare, per andare lì dove la guerra era una realtà, una ferita aperta che chiedeva attenzione. Prima a Belgrado, poi a Sarajevo. Ci sono gli edifici sventrati dalla guerra, i colpi che aprono voragini nelle superfici, ma ancora di più c’è il tentativo di vivere con e nonostante il conflitto.
«Una rivoluzione». Così Marianna Schivardi definisce la possibilità, emersa sul finire del secolo scorso, di catturare immagini con una facilità fino allora impensabile. Possibilità che spinge la giovane regista a lasciare casa e attraversare il mare, per andare lì dove la guerra era una realtà, una ferita aperta che chiedeva attenzione. Prima a Belgrado, poi a Sarajevo. Ci sono gli edifici sventrati dalla guerra, i colpi che aprono voragini nelle superfici, ma ancora di più c’è il tentativo di vivere con e nonostante il conflitto.
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